Giulia Galeotti (Italy)

Giulia Galeotti (Italy) 2018-09-16T16:07:31+00:00

Project Description

Giulia Galeotti (Italy) is an historian and journalist. She is head of the cultural section of L’Osservatore Romano. She is the author of several books in Italian, some of which have been translated into Spanish and Portuguese. These include, among others, Il velo. Significati di un copricapo femminile (The Veil: Significance of a Female Headdress) (Editore EDB,2016); Storia del voto alle donne in Italia (A History of Women’s Suffrage in Italy) Editore Biblink, 2006) and Storia delll’aborto (A History of Abortion) (Editore Il Mulino, 2003).

Extract from Giulia Galeotti, “A Church of Women: Memories, Frustrations and Hopes in the Journey of Life” in Visions and Vocations:

A little girl is attending the funeral of her friend’s grandmother. She keeps silent as one by one, the priests go up to the altar – eight men to commemorate a woman who has died. For a long time, this scene would eat away at the mind of the child that I was. In my eyes it was a tangible image of the misogyny of the Church.

The ideas that I was picking up were not encouraging either: God was male, his Son was male, the Popes and the priests were all male, so were the authors and the most important characters in the Scriptures. Yet by contrast, the Mass was attended mostly by women.  

Questions chased each other wildly round my mind: why was the Church, a feminine noun in Italian, ruled by male generals with an army of women? Why, if Jesus said that we are all children of God, did the voices of some children have more value than others? This Church seemed to me truly unfair. In primary school we had a wonderful teacher, Miss Tiné, an atheist who was very angry with the Catholic Church. Sometimes I was offended and reacted to her anti-clericalism, but deep down I knew that she was right.

Testo Italiano:

A Sara

Premessa: Sara parte

È un caldo sabato di fine luglio. Sono al giornale, al lavoro, quando sullo schermo del  cellulare si materializza una fotografia: ritrae Sara, la mia nipotina di nove anni, in procinto di partire per il campo scout. Cappellino verde con righe gialle, camicia azzurra, calzoncini blu di velluto a coste, fazzolettone al collo e zaino in spalla: un grande sorriso illumina gli occhi celesti di Sara che si avvia verso le sue prime vacanze di branco.

Tante cose mi legano a questa bambina, mi commuove l’idea che stia per partire per un’avventura che ha segnato in positivo la mia vita. Perché, tra le altre cose, i lunghi anni di cammino scout – dall’infanzia alla prima giovinezza – mi hanno riconciliata con una Chiesa che ho rischiato prestissimo di non sentire più mia. Una riconciliazione che l’incontro in età adulta con Foi et Lumière (il movimento internazionale che riunisce persone con disabilità mentale, le loro famiglie e i loro amici) ha poi suggellato.

I dubbi di una bambina

Una bambina partecipa al funerale della nonna di un suo amichetto. Qualcosa, però, la distrae dal pregare per quella anziana signora che, qualche volta, ha incrociato giocando con il suo compagno di classe. Quando, infatti, uno dopo l’altro, salgono sull’altare i sacerdoti che officeranno il rito, la bambina resta ammutolita: otto maschi per ricordare una donna che non c’è più. Questa scena è rimasta a lungo un tarlo doloroso per la bimba che ero: ai miei occhi era l’immagine tangibile della misoginia della Chiesa.

Né, più in generale, i dati che raccoglievo apparivano incoraggianti: Dio era maschio, suo Figlio era maschio, i Papi e i sacerdoti tutti maschi, così come gli autori e i più importanti attori delle Scritture. Per contro, però, la messa era frequentata per lo più da donne.

Nella mia testa le domande si rincorrevano disordinate: Perché la Chiesa, nome femminile in italiano, era il regno di generali maschi con un esercito di donne? Perché se Gesù  diceva che siamo tutti figli di Dio, la voce di qualche figlio aveva più valore di altri? Inutile girarci attorno: questa Chiesa mi sembrava veramente ingiusta.

La Chiesa delle donne: gli scout

Oggi le cose sono cambiate, e l’Italia è un paese un po’ meno cattolico, ma essere bambini nella prima metà degli anni Ottanta significava crescere in un contesto in cui quasi tutti noi eravamo stati battezzati appena nati, andavamo a messa la domenica, trascinanti da genitori più o meno convinti, e ci preparavamo alla prima comunione.

Alle elementari avevo una bravissima maestra, la signora Tiné, atea e terribilmente arrabbiata con la Chiesa cattolica: io ogni tanto mi offendevo e reagivo al suo anticlericalismo, ma sapevo che in fondo aveva ragione. Del resto anche i miei (credenti) genitori confermavano: potere, soldi, connivenze, silenzi… tanto, troppo allontanava l’istituzione dal vangelo. Il gruppo di cattolici che frequentavano ci portò a traslocare dalla parrocchia di appartenenza a un’altra più lontana. E qui c’era un gruppo dell’Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani) al quale venni iscritta.

Ignoro che nome gli dessi allora, ma oggi so che la bambina che ero aveva chiarissimo il senso che frequentare gli scout fosse qualcosa di “figo”, alternativo ma, al contempo, un po’ d’elite. Mentre gli altri bambini la domenica andavano ben vestiti a pranzo dai nonni, io scorrazzavo per i boschi inzaccherata e libera, scambiando i miei panini (era una regola: il pranzo doveva essere in comune, e non sempre ti andava bene…) e il tempo con femmine e maschi anche più grandi di me, in una vicinanza creativa e stimolante impensabile con i compagni di classe. Tornavo a scuola il lunedì certa che la mia vita avesse una marcia in più. Le vacanze estive, poi, accrescevano le emozioni in questa allegra comune.

Del resto, i rari appuntamenti con la famiglia allargata confermavano le mie sensazioni: i cugini frequentavano gli Scout d’Europa, dove – Orrore! Orrore! – maschi e femmine seguivano percorsi rigorosamente separati, anche se paralleli sulla carta.

Solo in seguito ho scoperto il motivo di questa diversa impostazione. Come tantissime realtà della Chiesa, infatti, anche lo scoutismo italiano si era diviso dopo il Concilio vaticano II. Da un lato quelli che erano rimasti fedeli alla tradizione (i cugini e i loro amici), dall’altro coloro che volevano aprirsi al vento impetuoso del concilio. Quando infatti l’Asci (Associazione scout cattolici italiani) e l’Agi (Associazione guide italiane) decisero di iniziare il cammino che li avrebbe portati alla fusione – nel 1974 nascerà l’Agesci – una parte del movimento prese nettamente le distanze.

Mia madre mi ha poi raccontato che quelle settimane estive che trascorrevo lontana da casa senza dare notizie (non erano previsti contatti di alcun tipo) le costavano molto, ma sapeva che erano esperienze che mi avrebbero aiutata a crescere. E, aggiungo io, a non uscire dalla Chiesa.

Perché Akela, il mio capobranco, non era un capo, ma una capa; e così Baghera, la pantera coraggiosa. Se questa diarchia sulla carta dello scoutismo era declinata al maschile, nel nostro gruppo non era così. Frutto di un caso, molto probabilmente, ma il risultato è che sono cresciuta vivendo attività, giochi, lavori, scorribande e momenti di preghiera guidati e condotti da giovani donne che guardavano il mondo con gli occhi loro. Così capivo – e lo capivo perché lo vivevo – che quel messaggio che i sacerdoti annunciavano prendeva vita nelle mani e nelle menti di donne che  facevano la Chiesa quotidianamente sul campo. Certo, non potevano proclamarla dall’altare, ma la mettevano costantemente in pratica. E questo mi ha “incastrata” per sempre. Perché se non sono mancati i momenti difficili, le crisi e gli scontri, il dado però era tratto.

La conferma: Foi et Lumière

Archiviati gli scout, finita la scuola, cambiata città, sono iniziati gli anni universitari. E qui, per gli sterminati corridoi della facoltà di giurisprudenza, frequentando un ostico seminario di diritto civile, ho conosciuto una ragazza. E, tramite lei, è iniziato il mio cammino con Foi et Lumière.

Dietro questo movimento (che oggi conta 1650 comunità sparse in ottantuno paesi del mondo) vi è una donna francese, Marie-Hélène Mathieu. Fondatrice a Parigi nel 1963 dell’Office chrétien des personnes handicapées, negli anni Mathieu ha avuto modo di toccare con mano la solitudine dei genitori di figli con disabilità mentale, la loro angoscia per il futuro, il senso di colpa e la sofferenza spesso accresciuta dalla consapevolezza di non essere accettati nemmeno dalla e nella Chiesa. Foi et Lumière, infatti, è nata proprio per rispondere alla grande solitudine delle famiglie.

Il casus belli avvenne nell’estate del 1967. I coniugi francesi Camille e Gérand Proffit, desiderosi di partecipare al pellegrinaggio della loro parrocchia a Lourdes con Thaddée e Loic, i loro figli gravemente disabili non furono accettati. “I vostri figli non comprenderebbero nulla del pellegrinaggio, e in più la loro presenza potrebbe turbare gli altri pellegrini”, fu la risposta del parroco. Caparbi, i coniugi Proffit decisero di partire da soli: giunti al paesino di Bernadette, però, faticarono non poco per trovare un albergo disposto ad accoglierli. E se alla fine vi riuscirono, il personale pretese che la famiglia consumasse i pasti in camera affinché la vista di Thaddée e Loic non “disturbasse” gli altri ospiti.

Questi brutali rifiuti furono la spinta che portò a organizzare, poco dopo, un grande pellegrinaggio a Lourdes con persone con disabilità mentale, un progetto che Mathieu potè realizzare anche grazie alla collaborazione con Jean Vanier. Se infatti il fondatore dell’Arche (comunità in cui vivono insieme persone con e senza disabilità) aveva esperienza di vita di gruppo, Marie-Hélène aveva esperienza di genitori di figli con disabilità mentale, un  binomio che, tra l’altro, avrebbe fatto mutare la nozione stessa di pellegrinaggio: Lourdes, infatti, da allora si è aperta anche a quanti hanno una disabilità mentale.

Nato ufficialmente in Francia qualche anno dopo (nel 1971), il movimento è arrivato in Italia grazie a una donna incredibile, che ho avuto il privilegio di conoscere bene: Mariangela Bertolini (1933-2014), al cui funerale, durante l’offertorio, è stato portato all’altare un albero di frutti a testimonianza di un impegno che non ha ancora smesso di rivelarsi fecondo. Tra quelle fronde, c’ero e ci sono anche io.

Perché quell’intuizione di una Chiesa fatta sul campo dalle donne che avevo avvertito durante gli anni scout, a Foi et Lumière ha trovato una conferma, consapevole e matura. Il tramite tra la disabilità mentale e la Chiesa sono le donne – sono infatti soprattutto le madri, le sorelle, le nipoti e le amiche ad aver fatto sì che, anche soffrendo e  litigando, la disabilità mentale abbia  diritto di asilo sulle panche delle nostre chiese. Una reale inclusione è ancora lontana, ma il cammino almeno è avviato.

Conclusione: Sara torna

Nel frattempo Sara è tornata dal suo primo campo scout. Le mie mille domande non hanno trovato risposta: mi racconterà quando avrà voglia. Quando meno me lo aspetterò, tirerà fuori episodi, sensazioni, ricordi. Intanto mi godo la bellezza di vederla all’inizio del cammino, quando ancora tutto è possibile.

Io, dal canto mio, spero che Sara cresca in una Chiesa in cui ci sia finalmente spazio per lo sguardo delle donne. Una Chiesa che faccia davvero suo quel “maschio e femmine li creò”, che testimoni a tutti i livelli che la differenza è una ricchezza, capace di riconoscere la forza dell’avere tutti – uomini e donne, chierici e laici – pari valore e pari dignità.

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